Il chicco di caffè forestiero

C’era una volta,

 

tanto tempo fa, una piccola città i cui abitanti parevano essere contagiati da una medesima sonnolenza, tale da renderli perennemente stanchi ed affaticati. Il reale motivo di questa costante stanchezza era facilmente attribuibile a chi, da anni, governava l’intero popolo con fare superbo ed arrogante: il Signor Sonno. Questo era un tipo piuttosto scontroso e ficcanaso,  adorava infatti intromettersi in ogni conversazione poco più lunga del solito, finendo per far addormentare qualcuno. Camomilla e Valeriana erano le sue guardie più fidate ed a queste due ordinava di intervenire quando il chiasso diveniva troppo forte. Pareva che nessuno avesse il coraggio di frapporsi al re e dunque organizzare un qualsiasi evento che potesse rendere più allegra l’aria della città, il sonno prendeva sempre il sopravvento ed ogni nuova idea che avesse un profumo di festa finiva poi per essere abbandonata. Un bel giorno si presentò dentro le mura del centro un nuovo chicco dal color marrone intenso; questo fischiettava e danzava allegramente ripetendo senza mai fermarsi lo stesso motivo: due passi avanti, uno a sinistra, un altro indietro e due a destra. ‘Silenzio!’ urlò la signorina Zucca affacciandosi alla finestra e storgendo il naso con aria infastidita; ‘Sì! Vogliamo dormire!’ esclamò subito dopo il dirimpettaio signor Carciofo che sempre amava lamentarsi ma mai osava prendere l’iniziativa nel farlo. Così, uno dopo l’altro, ogni abitante delle vie in cui il chicco passava era accorso in strada per scoprire quale fosse il motivo di un tale baccano. La notizia dell’arrivo non tardò ad arrivare al re il quale andò su tutte le furie e ordinò alle guardie di correre immediatamente dal forestiero giunto in città, catturarlo e portarlo ai piedi della sua reggia. Valeriana e Camomilla non tardarono a rispondere all’ordine, pochi minuti dopo si presentarono tenendo il chicco ben saldo tra loro. ‘Come osi disturbare la quiete?’ urlò il Re verso il prigioniero, ‘ Da dove vieni?’ aggiunse poi. ‘Sono giunto dall’Etiopia, dal grande continente africano’ rispose il chicco, ‘ mi liberi ed andrà tutto bene’. Il Signor sonno proruppe in una grossa risata dicendo ‘ Sei alto neanche la metà di una mollica di pane, credi forse di intimorirmi? Valeriana! Corri immediatamente qua e getta nel pentolone d’acqua questo piccolo ed insignificante chicco, lo berremo!’. La guardia del re eseguì l’ordine ed il chicco si sciolse nell’acqua bollente che la sera stessa fu servita al banchetto regale. Il Signor Sonno mangiava a gran palmenti e beveva dal pentolone ogni cinque bocconi ma più il tempo passava e più cominciava ad agitarsi. A fine serata tutti gli invitati iniziarono a cantare ed a ballare lo stesso motivo del chicco di caffè: due passi avanti, uno a sinistra, un altro a destra e due indietro. Nessuno si ritirò a dormire e la cena durò fino a tarda notte senza sbadigli. Il profumo di festa invase l’intera città e riunì tutta la popolazione a festeggiare con allegria. Il Signor Sonno divenne rosso dalla rabbia e, non riuscendo più a far addormentare gli abitanti, se ne andò per sempre dalla città, sconfitto da un piccolo piccolissimo chicco marrone.

Fine.

Annunci
Il chicco di caffè forestiero

Il chicco di riso vanitoso

C’era una volta,

in un piccolo paese cinese, un villaggio popolato da un’importantissimo cereale: il Riso. Un bel giorno, un chicco di questa specie decise di abbandonare l’Asia e raggiungere l’Italia in Europa. Fu proprio qua che questo si invaghì di un chicco italiano e, in men che non si dica, diede alla luce Venere. La figlia della coppia acquisì immediatamente un’aspetto splendido, il suo color nero lucente non passava di certo inosservato tra gli abitanti della città. Il suo sapore aromatico e la delicatezza dei piatti che preparava destarono presto scalpore nelle migliori cucine italiane, e fu così che in molti vennero a chiederle la mano. “Toc toc” bussò una sera un chicco alla porta del padre, il quale rispose: “Chi è?”. “Sono Arborio, son venuto a chiedere sua figlia in sposa” disse la voce fuori dall’abitazione, aggiungendo dopo qualche secondo di esitazione “Preparerò ottimi risotti per tutta la sua famiglia, non la deluderò”. L’indomani un altro chicco di riso si presentò sulla soglia di casa ed esclamò “Buongiorno, sono Carnaroli! Sono qua per Venere, desidero sposarla”. “E cosa ci prometterebbe in cambio?” rispose la madre. Carnaroli non aspettò nemmeno un attimo per rifletterci su che subito disse: “Sono perfetto per risotti speciali, deliziosi in ogni occasione”. Il padre, stufo delle innumerevoli richieste che continuavano a presentarsi giorno dopo giorno, decise di dare in sposa sua figlia ad un ricco Re giapponese, di nome Tamanishiki. Tamanishiki, oltre a godere di un gran prestigio per i vastissimi poderi che possedeva, preparava il sushi più buono di tutto il Giappone. Venere si sposò col Re ma non rimase affatto contenta della scelta imposta, continuò a guardare ed a frequentare di nascosto altri chicchi di riso. Chiunque uscisse con lei se ne innamorava, al contrario di Venere che non riusciva ad amare nessuno. Un giorno, arrivò alla corte del Re un chicco di riso dall’India, stanco per il lungo viaggio intrapreso. Il suo nome era Basmati ed era un chicco molto vanitoso, amava ammirarsi e mettersi in mostra, lodando la propria forma allungata e l’aroma intenso che proveniva dalle sue insalate fredde. Venere decise di invitarlo a cena mentre Tamanishiki era assente ma il chicco indiano respinse la proposta. Tale fatto fece arrabbiare moltissimo la regina, la quale ordinò a Basmati di andare a lavorare nelle sue piantagioni di riso, condannandolo a soffrire per un amore non corrisposto. Il giorno dopo, Basmati si specchiò nell’acqua in cui era immerso il riso coltivato e si innamorò della propria immagine. Realizzando l’amore verso se stesso e capendo di non poter essere corrisposto, si lasciò morire struggendosi sopra la coltivazione e trasformandosi in un insetto indiano, il punteruolo del riso, nutrendosi così dell’intera piantagione e causando molti danni.

Fine.

Il chicco di riso vanitoso

La Cipolla frignona

C’era una volta,

nel lontano Regno degli Ortaggi, una Cipolla dorata che se ne stava in disparte senza rivolgere parola a nessuno. Piangeva senza sosta, alternando lacrime a singhiozzi. Le altre piante parevano non curarsi di lei, persino i suoi cugini Aglio e Scalogno le erano passati accanto facendo finta di niente. “Frigni per la tua forma rotonda?” domandò con aria altezzosa il Signor Sedano a pochi metri più in là, sfoggiando in lungo e in largo le proprie coste terminanti in verdi foglie. “Piagnucola perché è sola e nessuno la vuole, sta a tutti sullo stomaco. Chi la vede da vicino finisce per piangere, proprio come sta facendo lei.” disse una Carota intromettendosi. La Cipolla non rispose ed anzi, continuò a singhiozzare ancora più rumorosamente, piangendo così tanto da riuscire a far nascere una pozzanghera proprio accanto a lei. “Signorina Cipolla!” esclamò ad un tratto una voce che pareva provenire dal basso, “Non piangere! Finirai per creare un mare!” aggiunse la stessa. L’ortaggio, non capendo da dove provenisse il suono, si guardò attorno meravigliato: prima a destra, poi a sinistra, in alto ed infine in basso. Uno sguardo più attento alla pozzanghera creata gli permise di scorgere una piccola goccia d’acqua che, probabilmente nata da una coppia tra milioni di lacrime versate, stava ad osservarla con un sorriso. “Non riesco a smettere!” gridò la Cipolla, “Perché sono così tonda?” domandò con un singhiozzo. “Sii fiera del tuo aspetto” rispose la goccia, “Se non piaci al Signor Sedano o alla Signora Carota non significa che non piacerai mai ad altri. La tua forma concentrica è stata a lungo apprezzata nella storia e tu non devi dimenticarlo. Per gli Antichi Egizi eri simbolo di vita eterna, il tuo aroma era ritenuto essenziale per donare la vita ai morti. Gli atleti greci mangiavano grandi quantità di cipolle, credendo che alleggerissero loro il sangue, i gladiatori romani le utilizzavano per rassodare i muscoli, nel Medioevo le usavano invece per pagare affitti e doni. Oggi qualsiasi medico ti include in una dieta corretta e sana”. La Signora Cipolla smise di singhiozzare e con un fil di voce chiese intimidita “E perché sono sola? Perché nessuno mi vuole?”. La goccia senza esitare rispose subito “Sei sola perché sola vuoi stare, così come adesso stai parlando con me perché hai scelto di farlo. Non ascoltare la Signora Carota, sei la base di ogni piatto delizioso, in molti ti adorano”. L’ortaggio smise finalmente di lamentarsi ed un cenno di sorriso apparve sul bulbo. Fu così che la Cipolla divenne amica di ogni sua lacrima versata e, circondata da così tanta acqua, nessuno che la sbucciava piangeva più.

Fine.

La Cipolla frignona

Il banchetto del Re ed il Signor Pomodoro

C’era una volta,

in un regno molto lontano, un Re che abitava in un castello sulla cima di un’altissima montagna. Questo Re, viveva insieme alla sua Regina e ,con lei, trascorreva gran parte del tempo passeggiando tra i campi ed i sentieri che possedeva. Un bel giorno, giunto a conoscenza dell’attesa di un fanciullo da parte di sua moglie, il Re decise di organizzare un ricco banchetto per festeggiare. Radunò nella corte del castello tutti gli ortaggi che popolavano le strade del suo Regno e domandò a gran voce chi di loro si sarebbe offerto per deliziare la festa. Promise una ricompensa così grande che all’unisono gli ortaggi cominciarono a gridare “Io! Io! Scegliete me!”. “Silenzio!” gridò il Re. “Voglio dare a tutti un’opportunità, sceglierò chi tra di voi dimostrerà una qualità preziosa ed unica”. L’ indomani si presentò al castello il Signor Aglio, di un color bianco candido e con tutti i suoi spicchi riuniti. “Qual’è la sua qualità Signor Aglio?”‘chiese il Re. “Ho un dono prezioso sua Maestà” rispose l’ortaggio, “Tutti temono il mio odore, quando mi vedono cominciano improvvisamente a scappare e nessuno smette di farlo prima che mi sia allontanato”. “E che pietanza potrebbe preparare?” domandò il Re molto curioso. “Sto bene con tutto, assolutamente!” esclamò l’aglio con fare superbo, salutò frettolosamente e se ne andò.
Il secondo giorno giunse alla Corte il Signor Prezzemolo. ” Salve mio Re” si presentò l’ortaggio ” io so sempre tutto di tutti, riesco ad intromettermi in qualsiasi discussione o circostanza”. “Cosa mi cucinerebbe dunque?” chiese il Re. “Cibi regali, pesce fresco del miglior pescivendolo!” rispose il Signor Prezzemolo dal color verde accesso.Il Re salutò l’ortaggio e lo ringraziò. Il terzo giorno nessuno si presentò.Era già passata una settimana e il Re stava riflettendo sulla scelta da prendere quando d’un tratto si presentò al castello un ortaggio piuttosto stanco: il Signor Pomodoro. Era assai sporco di terra, il suo color rosso era quasi diventato marrone. Raccontò il lungo viaggio al Re, spiegando la sua partenza dall’ America e l’arrivo in Spagna in nave. “Perdonate il ritardo mio Re” disse il rosso ortaggio, “sono passato dalla Regina d’Inghilterra e da lei sono stato trattenuto. Ho portato a sua moglie dei fiori gialli che ho conservato dopo la mia fioritura. Non credo di avere nessuna unica qualità ma posso preparare per lei un buon succo, qualora si sentisse assetato, o una buona polpa per una zuppa o per una pizza, nel caso in cui avesse fame”. La semplicità con cui il Signor Pomodoro si presentò colpì il Re nel profondo del cuore che esclamò sorridendo ” Tu sei una bacca speciale, il dono dell’umiltà ti è unico e prezioso. Tu sarai l’ortaggio che donerò a mia moglie per il banchetto, delizierai la festa con le tue zuppe”. Da allora il Signor Pomodoro fu chiamato ‘Pomo d’amore’ e fu così che l’umiltà del rosso ortaggio vinse sulla superbia del Signor Aglio e l’invadenza del Signor Prezzemolo.

Fine.

Il banchetto del Re ed il Signor Pomodoro

Spaghetti

Tornando a casa dalla biblioteca del centro, stasera scelgo di fare la stessa strada che solitamente faccio per raggiungere casa a piedi. Percorro le strette vie dalle abitazioni gialle che tanto mi paion fitte da non sentire nemmen più il vento che ormai è cornice della città; attraverso la strada e ritrovo alla mia destra il pino del castello o il castello del pino, duo che disgiunto non riuscirei ad immaginare. È un giorno piovoso con qualche nuvola sparsa in cielo ma il tempo non è riuscito a cancellare i disegni a gesso sulle piastrelle a terra; la musica del ristorante a lato confonde ma non copre le risate dei loro artisti, i bambini. C’è uno schizzo piuttosto evidente che attira la mia attenzione, proprio davanti alla chiesa; lo osservo ma niente riesco a vederci che un groviglio di fili intrecciati: sarà forse uno scarabocchio? Un gomitolo di lana? -Spaghetti- dice ad un tratto una voce. Mi giro frettolosamente prima a destra, poi a sinistra ed infine indietro. Sono accolta da un sorriso di un bimbo sui quattro anni dai capelli rossicci , – Ho preparato la cena ma il mio cavallo ha ancora voglia di giocare- aggiunge puntando il dito verso la giostra che da qualche mese si trova a sinistra della piazza. Accenno un sorriso e torno sul disegno, stavolta sono i miei pensieri ad intrecciarsi come quelle linee a gesso che sto fissando. Riaffiorano alla mente i miei giochi d’infanzia, gli animali che anche io, all’età del pittore, facevo finta di avere. Ora che ci penso avevo pure io un cavallo, si chiamava Stella e penso sia rimasto ai giardini della Badia di Montepiano, ancora legato al palo dove l’ho lasciato. Il bimbo dai capelli rossi mi sta ancora guardando, distendo il sorriso che avevo lasciato a mezzo e gli rispondo – Il tuo cavallo non sa quel che si perde, sento il profumino fin da qua-. Il pittore ridacchia soddisfatto e torna a scacciare i piccioni, allontanandosi da me tanto da sembrare anche lui un gomitolo, un piatto di spaghetti.

Spaghetti

La musica

La musica ha un potere che nessun’altra forma d’arte riuscirà a sottrarle, penetra la pelle e arriva fino alle ossa, giunge all’anima e la muove; combina suoni tra loro e li fa vibrare all’interno di ogni singolo organo umano. Circola nel sangue e si abbandona in un convoglio di note sparse ma perfettamente in sintonia con i nostri nervi, quasi fossero questi le giuste corde da far vibrare in un dato preciso istante, quasi fossero lì apposta in attesa di essere attraversati da melodia. Non esistono suoni o composizioni migliori, ognuno di noi risponde e riconosce le proprie note in cui identificarsi all’istante: son quelle che liberano e amplificano i sensi, felici o tristi che siano. Le corde vibrate generano emozioni, riemergono quelle passate e ne nascono altre nuove; riaffiorano ricordi e partoriscono sogni. La musica è espressione di libertà poiché libero è il flusso che ci attraversa e libero è il modo in cui questo si diffonde al nostro interno; liberi siamo noi che decidiamo di muoverci o rimaner fermi, accompagnare col canto o ascoltare soltanto. La musica è un condimento alla vita, ci tiene compagnia e si spegne a nostro piacimento; tuttavia, ogni tanto torna a far capolino tra le nostre teste per ricordarci che è lì, pronta ad essere sprigionata, e perché no, pronta ad essere inventata.

La musica

Quelle luci, addormentatele senza spegnerle

C’è un profumo che permea ogni città a partire dall’otto Dicembre di ogni anno, ciascuno di noi ne percepisce l’odore ove preferisce o ne ritiene maggiore l’intensità. Lo si respira tra le vie ed i negozi del centro ma vivo è soprattutto tra le case che ne celebrano l’arrivo, ognuna col proprio modo di esprimerlo: alberi, presepi, ghirlande, fiocchi rossi o luci. Si tratta della stessa fragranza al Natale che regala sorrisi e stupore, ma che, d’altro canto, richiede impegno e volontà nella sua preparazione, creatività per un tocco di novità; aroma magico che timido fuoriesce da ogni letterina preparata per il Babbo di tutti. Nessuno ne è l’unico artefice, poiché è nel complesso che se ne riconosce la sua identità e bellezza, così come le ottave composte da luci alternate sono opera non di uno ma di due o più terrazzi adiacenti. E così, questo profumo si permea di allegria e aria di festa, si condisce di risate e convivialità, si amplifica tra parenti riuniti e amici ritrovati, si intensifica in ogni pranzo o cena preparata per far festa assieme. Il profumo di Natale è un inno alla vita di cui una volta all’anno ci è permesso di assaporarne l’odore, respiratelo tutto e godetevelo senza correre a spazzarlo via subito dopo il pranzo di Befana. Quando poi vi sentirete pronti, addormentate con dolcezza quelle luci che vi hanno tenuto compagnia,e ,senza spegnerle bruscamente, continuate a portarle dentro di voi.

Quelle luci, addormentatele senza spegnerle